
Quasi certamente questo termine
è uno dei più usati non solo dentro, ma anche
fuori il fumetto. Ad un certo punto, mentre esponete al mondo
il vostro amore e la vostra passione per i fumetti giapponesi,
qualcuno vi passa di fianco e vi dice: “Sei proprio
un Otaku!”. Detta così potrebbe risultare un'offesa,
ma in un certo verso non lo è.
Prima di addentrarci nel significato moderno di Otaku, sarebbe
meglio scoprire assieme la sua derivazione di terminologia,
in quanto essa stessa è legata, in un certo qual modo
alla versione che adesso si usa nei confronti di tutti gli
appassionati di fumetti e di cartoni animati del Sol Levante.
Otaku in lingua giapponese significa letteralmente “il
luogo che appartiene a me”, cioè un
luogo personale, intimo, mio.
Per luogo possiamo intendere ciò che più ci
aggrada, anche se però, in linea di massima, per la
cultura generale l'Otaku è la propria stanza, ovvero
il luogo in cui dormiamo, in cui conserviamo le nostre cose,
i nostri oggetti, i nostri piccoli grandi tesori.
Piano piano Otaku ha significato una cosa ben diversa dalla
“stanza propria”; adesso, di fatti, questo stesso
termine sta ad indicare sostanzialmente tutti gli appassionati
di anime e manga (ma anche manwha). In linea di massima Otaku
non è un termine molto dispregiativo, ma può
certamente assumere questo connotato se viene accompagnato
da una determinata “concezione” della persona.
Otaku, di fatti, non indica solo l'appassionato del
fumetto giapponese in quanto tale, ma anche e soprattutto
(specie per chi usa questa parola in modo dispregiativo),
una condizione sociale ben definita, nonché un atteggiamento
psicologico e caratteriale particolare. L'Otaku, secondo la
visione di alcuni, è una sorta di persona che
si chiude nel proprio guscio trastullandosi con i fumetti
ed i cartoni animati perché sono le uniche fonti che
lo rendono sicuro del proprio io e della propria condizione.
Visto e considerato che l'Otaku si sente sostanzialmente un
incompreso, una figura non accettata dalla società
che mira a dare importanza a ben altre cose, egli si rinchiude
in se' stesso, rifiutando ogni contatto con il mondo esterno.
Cercando di trovare un collegamento tra il vecchio termine
e quello nuovo, l'Otaku è colui il quale rimane nel
suo luogo, il “posto a cui appartiene” che abbiamo
citato prima... la sua stanza piena di poster, modellini in
vinile, giocattoli, DVD, ma anche tantissimi apparecchi tecnologici.
La figura dell'isolato non si estende solo al lettore del
fumetto o allo spettatore del cartone animato, ma anche a
tutti coloro i quali sono appassionati di videogiochi, oppure
si dedicano anima e corpo all'alta tecnologia anche, se, in
tal caso, crediamo sia più opportuno usare altri termini
più specifici nonché adatti a questo tipo di
categorie.
Altra piccola curiosità che non tutti sapranno, forse,
è che si è iniziato a parlare di Otaku nei termini
“moderni” dal 1986 anno in cui iniziò ufficialmente
una sorta di “movimento” giovanile che si faceva
chiamare con il nome di Moratorium Ningen, termine che, tradotto
in italiano sarebbe: I giovani della moratoria. Da quel momento
gli Otaku, come forma ed figura sociale vennero bene identificati
(questo ovviamente in Giappone. Qui i primi movimenti di questa
natura li abbiamo avuti molto più tardi, ovvero verso
la fine degli anni novanta).
Per concludere, comunque, va specificato che, detta in una
certa maniera, la parola Otaku non è per niente offensiva
e che, anzi, potrebbe risultare anche un vezzeggiativo nella
misura in cui qualcuno vuole specificare e o sottolineare
la tua grande passione per i fumetti e l'ampia competenza
che hai nel settore.