In teoria, sarebbe impossibile recensire e dargli un voto,
almeno avendo assistito soltanto alle prime due, misteriose
puntate. Non vorrei sbagliarmi, ma credo che tale anime, piuttosto
Atipico (la A maiuscola nonn è un errore di battitura),
sarà in grado di regalare parecchie gioie agli estimatori
del genere. Quale genere? Non lo so, non sarei in grado di
definirlo con certezza: Serial Experiment Lain (abbrevierò
con Lain, il nome della misteriosa e taciturna protagonista)
è, prima di tutto, alienante (ringrazio Kintaro per
avermi suggerito, con estrema efficacia, il termine). Lain
vive in un mondo strano, un mondo che potrebbe essere normale.
Normale ma apatico. Le strade sono vuote, come se una misteriosa
epidemia avesse lasciato spegnersi tutti gli abitanti nelle
loro case. Le ombre sono macchiate di sangue, purpureo sangue.
Non ci sono uccelli nel cielo, alzando lo sguardo verso il
sole abbacinante e freddo, si scorgono soltanto chilometri
e chilometri di fili elettrici. L’unico rumore percepibile
è il ronzio dei cavi. Forse non percepibile con l’udito…
Il particolare (e indovinato) stile grafico contribuisce grandemente
a dare l’impressione di solitudine della protagonista,
che si muove come uno spettro tra scuola e casa. Ovunque è
indifferenza. Specie in casa. In pratica non esiste dialogo
alcuno con gli altri membri della famiglia: la sfuggente sorella
maggiore; la giovane madre indifferente; il padre, che sembrerebbe
il più comunicativo tra tutti, in realtà non
ha a cuore che una sola cosa: il computer, nella sua accezione
più fredda. Ritornando all’aspetto esteriore,
si notano subito i colori forti ma lugubri allo stesso tempo:
si fa ricordare la scena di Lain che, uscendo di casa, apre
una porta fatta di ombre sullo sfondo bianco. Parecchi intermezzi
"psichedelici" si insinuano nella narrazione, accompagnati
da scritte che, probabilmente, non diranno niente. Almeno
per ora. Di certo sono pezzi del puzzle che, di certo, lascerà
intuire ben altro nei prossimi capitoli. Le altre persone,
i passanti che vagano in strada, gli altri studenti, spesso
finiscono col diventare poco più che ombre stilizzate,
a testimoniare, forse, l’interesse nullo che Lain rivolge
loro. Adesso un breve accenno alla trama. La vita tranquilla
(dovrei dire la morte terrena) di Lain viene turbata dai messaggi
di una ragazza suicidatasi da pochi giorni. Sembrerebbe impossibile,
ma la sua memoria residua, l’anima della defunta sembra
essere imprigionata nelle maglie del wired, il mondo sotterraneo
di silicio e fibre ottiche a cui si accede tramite l’utilizzo
dei Navi, avanzatissimi computer dediti alla sola navigazione.
Ed è proprio dal wired che giungono le misteriose mail.
Lain non è la prima a riceverne, ma è l’unica
a credere. Lain è un prodotto confezionato con estrema
cura, non manca nessuno degli elementi necessari a provocare
ansia, tensione, disagio. Anche la musica: in pratica non
c’è. Belle invece le sigle, specie quella iniziale
(naturalmente trattasi di un’opinione soggettiva : io
la preferisco). Cosa aggiungere? Beh, Lain non è certamente
adatta alla visione di tutti. Non perché ci siano scene
di violenza di chissà quale portata. Lain è
semplicemente inquietante. Anche il pigiama che indossa, pur
riproducendo le sembianze di un animale così tenero
(beh, almeno per la maggior parte dei "normali")
come l’orsacchiotto, risulta indigesto e inadeguato,
se rapportato alla situazione. Il pigiama può essere
interpretato come una protezione dall’esterno, oppure
come una difesa dalla solitudine. Dalle discussioni in chat
con gli amici, non se ne è venuto a capo… Chiudo?
Si. Perdendomi "Serial Experiments Lain" avrei perso
davvero molto.