Ha vent'anni, ma quasi non lo si direbbe... quasi. Il chara
è nel più classico stile di Tezuka Osamu, l'acclamato
autore di tanti pezzi storici del manga, nonchè dell'animazione
nipponica, almeno ai suoi albori. La rappresentazione grafica,
sia dei personaggi che dei fondali, ci riporta inevitabilmente
indietro nel tempo, ma, attenzione: la regia è assolutamente
fuori parametro e talune sequenze potrebbero benissimo essere
riproposte in un prodotto attuale, senza sfigurare minimamente.
Rotazioni, stacchi, zoomate, riprese a volo d'uccello e animazioni
curatissime rendono questo film decisamente piacevoli agli
occhi, sempre che si sia disposti ad accettarlo nella sua
"anzianità", per quanto sia essa totalmente
estranea all'obsolescenza. Dicevo delle animazioni: sempre
ben realizzate, tranne che in alcuni stacchi, della durata
di pochi secondi, nei quali la fluidità sembrerebbe
esser stata messa da parte... Alcune perle, tra le quali una
scena nella quale l'ipotetica camera, seguendo uno dei protagonisti
della parte iniziale, spostandosi da destra a sinistra evidenzia
un pavimento... realizzato in parallasse infinita! La semplicità
intrinseca di tale pavimento magari sminuisce l'effetto finale,
ma è da considerare il fatto che non ho mai visto una
cosa simile in animazioni ben più recenti... e coadiuvate,
come sempre più spesso, dalla computer graphic.
L'incipit è muto, le vicende del giovane Godo (il protagonista)
sono sottolineate dalla sola musica. L'atmosfera è
sterile, i toni degli ambienti sono freddi, come in un omaggio
cromatico al candore artefatto ipotizzato in "2001 Odissea
nello spazio". Più genericamente, una scenografia
assimilabile alla sci-fi meccanica, squadrata e ancora scevra
dell'influenza decisiva operata da "Alien" che,
giunto soltanto un anno prima, non aveva ancora diffuso gli
ambienti rugginosi, sporchi e umidicci che ancora oggi ritroviamo
nella fantascienza più cupa.
I riferimenti alla cinematografia disneyana (quella vera),
sono lampanti, e non è certo una grande scoperta: è
di pubblico dominio l'ammirazione che il nostro nutriva per
i prodotti della celeberrima casa americana. Non dimentichiamo
che Tezuka (un vero e proprio divoratore di film) ha assistito
circa 80 volte alla proiezione di Bambi... In questo caso,
ritroviamo però un balletto con una spazzola e il riferimento
alla danza di Topolino in Fantasia è chiaro come il
sole, magari di più.
L'autore si diverte, come al solito, inserendo nel film alcuni
dei suoi personaggi più conosciuti: annoveriamo Black
Jack e il professore dal grosso naso che riesce ad intrufolarsi
quasi in tutte le opere del dio dei manga. Potete tranquillamente
raffigurarvelo come il professore visto in "Cyborg 009":
Ishimori Shotaro, l'autore del fumetto dal quale la serie
è tratta, è infatti uno dei tanti allievi di
Tezuka.
Abbandoniamo l'aspetto "esteriore", decisamente
carismatico (sono stato molto sorpreso nell'osservare una
simile realizzazione tecnica in un anime così vecchio:
sapevo che "Hi no tori" non fosse certo una produzione
ordinaria, ma non mi aspettavo tanto...) e passiamo alla storia.
Il film è un breve momento estrapolato dalla omonima
serie cartacea: il manga è stato realizzato nell'arco
di circa 20 anni, a partire dal 1967 (le prime apparizioni
risalgono cmq al 1954, su Manga shonen e Shojo club), e consta
di ben 3000 pagine. E' composto da dodici episodi, nei quali
gli uomini del passato, del presente e del futuro cercando
di ascendere all'immortalità grazie alle soprannaturali
proprietà del sangue della Fenice. Purtroppo la serie
non è stata terminata, a causa della scomparsa dell'autore
nel 1988. Il futuro (che vede gli uomini sovraffatti dalle
macchine e dai calcolatori) e il passato (nei cui episodi
si agitano diversi personaggi della mitologia nipponica, tra
i quali Amaterasu, divinità del Sole, suo fratello
Susanoo, dominatore dell'oscurità, e poi la regina
Himiko, riconosciuta come prima imperatrice del Giappone,
nel II° secolo d.C.) avrebbero dovuto cedere il passo
al presente, un presente nel quale l'uomo, non pago degli
errori già commessi, sarebbe giunto alla decadenza
e infine alla distruzione, pregiudicando, così, il
futuro in maniera irreversibile. "L'uccello di fuoco"
non è un'opera di facile lettura e, in un certo modo,
si ricollega al filone mistico di Tezuka. L'uomo che brama,
a danno della sua stessa esistenza, l'immortalità,
continuamente beffato dalla sorte e, forse, deriso dalla Fenice
che rinasce dalle proprie ceneri senza porsi chiaramente nè
dalla parte del bene, nè da quella del male.